Da PrestaShop a Shopify: migrazione di un e-commerce
Fondere due siti di un e-commerce in uno solo, trasferendo catalogo, clienti e ordini storici da una piattaforma a fine vita a una nuova, controllati voce per voce: la migrazione completa di un negozio online, senza perdere lo storico. Il caso: un marchio di moda con vetrina e negozio separati su PrestaShop, confluiti in un unico store Shopify, quello di annamarchetti.it.

Il punto di partenza
Il negozio girava su PrestaShop 1.6, una versione che non riceve più aggiornamenti. Dentro c'era il catalogo di più stagioni — i capi ancora in vendita accanto a quelli ormai archiviati — con tutte le varianti di taglia e colore, le immagini di ogni articolo, l'anagrafica dei clienti e una manciata di ordini reali. Mescolati ai dati veri c'erano ancora i dati finti dell'installazione di prova: aliquote fiscali americane, un produttore di fantasia, categorie in inglese, un ordine demo in dollari del 2016.
La base di partenza è stata un'estrazione completa del database, 217 megabyte, letta con script scritti apposta: un lettore su misura del formato di esportazione, perché le descrizioni dei prodotti contengono virgole e apici che mandano in confusione gli strumenti standard.
Il trasferimento
Il trasferimento è stato fatto con file di importazione: il database vecchio letto e trasformato in tabelle nel formato che Shopify accetta. Prodotti, varianti, immagini e clienti da una parte; gli ordini storici dall'altra, perché l'importazione degli ordini non è una funzione nativa di Shopify e richiede uno strumento dedicato.
Le categorie del vecchio negozio sono diventate collezioni automatiche: invece di assegnare a mano i prodotti, ogni collezione ha una regola («prendi tutto quello che ha questa etichetta») e si popola da sola, anche con i prodotti che verranno aggiunti in futuro. Dieci collezioni create così, più una a mano.
Poi il lavoro di pulizia, che è la parte che non si vede. Ventitré prodotti avevano lo stesso titolo generico («Giacca», «Casacca», «Abito») e sono stati rinominati uno per uno. Cinque prodotti erano senza codice articolo. Uno aveva prezzo zero su tutte le taglie. Le informative legali sono state riscritte nel merito, non solo ricopiate: il diritto di recesso citava ancora una norma abrogata e un termine di dieci giorni al posto dei quattordici previsti oggi, e c'erano riferimenti a un sistema di pagamento dismesso.
Inglese, Google e i redirect
La versione inglese non è stata inventata da zero: le traduzioni dei prodotti erano già nel database di PrestaShop e sono state recuperate da lì — 1.407 stringhe — mentre per i testi del tema si è usata la traduzione automatica di Shopify. Il selettore di lingua all'inizio non compariva in vetrina: la lingua inglese risultava pubblicata ma non associata al dominio.
Per Google sono stati aggiunti i dati strutturati, cioè un blocco di informazioni che il motore di ricerca legge senza doverle indovinare: tipo di attività, indirizzo, telefono. Serve per i risultati arricchiti nelle ricerche e perché gli assistenti conversazionali citino l'indirizzo giusto quando qualcuno chiede dove si compra quel marchio.
Dal vecchio sito sono stati creati 21 reindirizzamenti permanenti, con gli indirizzi esatti presi dalle mappe del sito precedente invece che da un elenco riassunto, perché quegli elenchi tagliano gli indirizzi lunghi e un indirizzo tagliato è un redirect che non funziona.
Risultato: negozio unico, live sul dominio vero, con catalogo, clienti, ordini storici, traduzioni e tema verificati uno a uno contro l'originale. Il momento più costoso del progetto è stato il blocco del check-out per sei giorni, dovuto a un limite della piattaforma sugli store in fase di trasferimento: le impostazioni di spedizione venivano accettate ma non applicate, e hanno dovuto essere rifatte a mano dall'interfaccia.